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S. CARLO E L'INNO NOSTRUM PARENTEM MAXIMUM

Tra le benemerenze di S. Carlo per la restaurazione del rito ambrosiano, è da annoverarsi la revisione del Breviario.
Un punto interessante fu la riforma dell'inno di S. Ambrogio. Intenzione del nostro Santo era di introdurre nell'officiatura di S. Ambrogio, al posto dell'inno "pieno d'errori" e "non più antico di duecento anni" (1), che incominciava Miraculum laudabile, un altro inno, migliore di forma e di pensiero, degno veramente del gran Santo, dal quale prendeva nome il rito. Affidò pertanto il lavoro al prete Gio. Battista Amalteo di Roma, distinto latinista (2). Questi, composto l'inno, lo mandò al card. Borromeo colla seguente lettera, che merita d'essere conosciuta.
Ill.mo et R.mo S.re P.rone Colen.mo - Sabbato passato dopo due hore di notte io hebbi la lettera di V. S. Ill.ma et R.ma et non le potei rispondere. Ma se bene ogni suo commandamento mi è in luoco di grand.mo favore, nondimeno, se mi fosse stato licito, mi sarei escusato volentieri di non accettar il carico, che m'ha dato di far l'hinno a S.to Ambrosio, essendo già più di deciotto anni ch'io non ho fatto altri versi latini, che quei che feci per commissione di V. S. Ill.ma in morte del'Ecc.mo S.re Conte suo fratello, et una risposta a certo gentilhuomo spagnolo. Tuttavia, non essendo cosa che mi stia più fissa ne l'animo che'l desiderio di servirla, pregai Dio che m'aiutasse in q.to pio officio, et mi rivolsi a pensare a l'hinno et n'ho fatto o piuttosto abbozzato uno che mando a V. S. Ill.ma et R.ma. La supplico bene che lo voglia correggere dove n'havrà bisogno, non mi potendo far maggior gratia che emendar le mie imperfettioni col suo santiss.mo giudicio.
Ho cercato piuttosto d'accommodarmi a lo stile et uso de la Chiesa che a mostrar bellezza di lingua et lustro di poesia; et ho usato alcune parole proprie de la nostra religione hancora che io le poteva dir più latinamente, parendomi, che la lunga consuetudine et autorità de la Chiesa le habbia fatte come termini, et che non si debbono alterare, massimamente havendo da servir a l'officio et culto divino. Nondimeno, se V. S. Ill.ma et R.ma fosse d'altra opinione, la prego, che resti servita di farmelo sapere, che hancor io muterò pensiero et crederò di non poter errare a conformarmi con lei. Et q.to è circa le parole et le forme del dire. Quanto a i concetti io mi sono forzato di mettere tutti quei che sono ne l'altro hinno o espressamente o in virtù, et n'ho aggiunti alcuni altri, come in specie di quel putto che gridò Ambrosio Vescovo, et de la resistenza che fece questo santo huomo per non accettare il Vescovato, come Paolino scrive ne la sua vita, vedendo che questi sono stimati gran fondamenti per mostrar che lo Spirito Santo lo chiamasse come Aaron a q.to santo ministerio, et parendo al Car.le Sirleto quasi necessarii in questo proposito.
Quanto al numero ho servato il medesimo che è ne l'hinno vecchio, benché sia ristretto et poco capace di gran cose a chi vuol servar la vera legge del verso. Et ho havuto tanto riguardo a nol far troppo lungo che ho lasciato molte cose che m'erano venute in mente. Et con ogni debita humiltà a V. S. Ill.ma et R.ma bacio le mani.

Di Roma a 25 di Novembre 1570.
Di V. S. Ill.ma et R.ma

Humiliss.mo et divotiss.mo serv.re
Gio. BATTA AMALTHEO (3).

L'inno - Nostrum parentem maximum -, un vero gioiello in confronto dell'antico, piacque a S. Carlo e a' sacerdoti della Congregazione, così che il Santo scrisse al Card. Sirleto (7 marzo 1571), perché l'Amalteo, tenendo calcolo di alcune osservazioni, lo avesse a rassettare nella forma definitiva, pregando quindi lo stesso Cardinale di ottenergli licenza da Pio V di farlo stampare.
Il Sirleto, come sempre, prese a cuore la cosa, e con lettera rispondeva a S. Carlo.
Ill.mo et Rev.mo sig.r mio oss.mo - Poiché hebbi la lettera di V. S. Ill.ma delli VII di questo cercai l'audientia da N. S.e, et gli esposi quanto Ella et ms. Pietro Galesino mi scriveano sopra l'hinno della festa di S.to Ambrosio. S. S.tà restò di voler vedere l'hinno vecchio, et di considerarlo, et poi risolvermi: come io haverò questa risolutione non mancherò avisar del tutto minutamente V. S. Ill.ma la qual può confidentemente comandarmi. Et N. S. Iddio la conservi nella sua gratia.


Di Roma l'ultimo di Marzo 1571.
Di V. S. Ill.ma et R.ma

Humiliss.mo et affetionatiss.mo ser.re
Gul. Card. SIRLETO (4).

Il nostro Santo, che si riteneva già quasi sicuro della riuscita, con lettera del 25 aprile ringrazia l'amico delle sue premure e lo prega di tosto avvisarlo della risoluzione che ne avesse a fare Sua Santità, "non si ritardando altro che per quest'hinno la stampa del Salterio Ambrosiano corretto " (5).
Senonché, nonostante gli appoggi del Sirleto, il Papa, tutto personalmente considerato, volle che si mantenesse l'inno vecchio e si scartasse il nuovo.
Il Sirleto fece subito nota a S. Carlo la decisione del Pontefice, motivando le ragioni del rifiuto. Questa lettera, certamente interessante, non l'ho potuta rinvenire né all'Ambrosiana, né all'Archivio Arcivescovile. Abbiamo per altro, in proposito, la lettera dell'Amalteo a S. Carlo.
Ill.mo et R.mo S.re P.rone Colen.mo - Questa mattina finalmente Mons. Ill.mo Sirleto ha parlato a N. S. sopra la mutatione de l'hinno di S. Ambrosio et sua S.tà, dopo haver letto l'hinno vecchio et l'hinno nuovo, è venuta in parere che per convenienti rispetti sia bene a continuare il vecchio, tanto più che con l'essempio di V. S. Ill.ma Rev.ma molt'altri vorrebbono far di q.te mutationi, et haver da la Sede Apostolica la med.ma licentia di farle stampare: et è mente de la S.tà sua di non aprir questa strada per alcuno, secondo che il Cardinale le scriverà più a pieno per questo altro corriere, non potendo scriver hoggi per esser un poco indisposto come m'ha detto...
Et con ogni debita riverenza et humiltà le bacio le mani.

Di Roma a 7 di Luglio 1571.
Di V. S. Ill.ma et Rev.ma

Humiliss.mo et affectionatiss.mo ser.re
Gio. BATTA AMALTEO (6).

In merito alla risoluzione pontificia, notificatagli dal Sirleto con lettera del 21 luglio, S. Carlo così risponde all'amico: " Per risposta non m'occorre altro se non che resto sempre satisfatto di quello che piace alla Santità Sua, et che così circa questo, come circa la revisione del Breviario, nella quale mi servo principalmente de l'opera di Mons. Pietro Galesino nostro, si essequirà ad unguem la volontà, et prudentissimi ricordi di Sua Beatitudine come conviene" (7). E in conformità del volere del Sommo Pontefice dispone che si conservi l'inno vecchio e si ponga nell'archivio il nuovo.
S. Carlo nel Sommo Pontefice adorava il Cristo vivente nella Chiesa, e per lui l'obbedire era un atto doveroso e sentito della profonda sua fede, non scompagnato però da un vero eroismo, il quale in tal caso - come ben osserva l'Orsenigo (S. Carlo e le autorità) - si coglie là dove l'obbedienza si armonizza col dissenso del pensiero proprio.
Varie vicende subì il vecchio inno prima di essere definitivamente tolto dal Breviario.
Il card. Federico Borromeo lo abbreviò di due strofe, con la mutazione di altri quattro versi; il card. Monti vi mutò una sola parola; finalmente negli ultimi anni del card. Alfonso Litta, e pare senza il totale di lui consenso, fu senz'altro scartato, sostituendovi il Nostrum parentem maximum.
S. Carlo non avrebbe giammai pensato, nelle circostanze da noi ricordate, che un dì sarebbe lui pure in modo consimile cantato dalla Chiesa Milanese, nell'officiatura dei Pontefici e Confessori, in un inno per lui appositamente composto, l'inno Urbis parentem Carolum. Esso fu introdotto nel Breviario l'anno 1618 per cura del card. Federico Borromeo, e ritoccato in parte sotto il card. Alfonso Litta; ebbe per autore un Benedetto Sossago, dottore dell'Ambrosiana, morto nel 1623 (8).
Sac. R. BERETTA


[Articolo apparso sulla rivista: La Scuola Cattolica (1910/luglio agosto), pp. 317-320] - Numero dedicato a S. Carlo Borromeo nel III centenario della Canonizzazione.